- Maschera di ferro: Louvois a Pinerolo
- Pinerolo: giorno della memoria
- Tradizione della Cavalleria a Pinerolo
- Museo storico dell'Arma di Cavalleria
- Pinerolo com'era

SABATO 26 GENNAIO 2008
ORE 16,00
Ritrovo presso il Monumento
alle Vittime della violenza
e dell'intolleranza in viale Cavalieri di
Vittorio Veneto e corteo fino al
Monumento ex Internati in Piazza Marconi.
Accompagnerà la Banda Musicale A.N.A. di
Pinerolo
ORE 16,45
Orazione ufficiale
del prof. Alessandro Barbero, docente
all'Università del Piemonte Orientale "MEMORIA LACERATA E GUIDIZIO STORICO"
Sala Concerti “Italo Tajo”, via San Giuseppe
(ex Chiesa San Giuseppe)
DOMENICA 27 GENNAIO 2008
ORE 17,00
Presentazione del libro "I roghi della fede.
Verso una riconciliazione delle memorie"
a cura del prof. Paolo Ricca
Sala Pacem in Terris, via del Pino 49
LUNEDÌ 28 GENNAIO 2008
ORE 21,00
Presentazione CD "Deportazione" di Sergio Coalova
realizzato dagli studenti ed insegnanti
del Liceo "Porporato" di Pinerolo
e dall'Istituto "Majorana" di Grugliasco
Aula Magna SUMI, via Cesare Battisti 6
Scarica il programma delle manifestazioni (482 Kb)
“Il 27 gennaio del 1945 l’armata russa apre i cancelli di
Auschwitz e mostra al mondo quale orrendo crimine l’uomo
può commettere nei confronti del suo simile.
L'orrore dei campi di sterminio e la sconfitta del nazismo, però non hanno impedito il ripetersi di genocidi e stragi di massa,
sotto la spinta di ideologie aberranti, anche nel cuore dell'Europa,
seppure in circostanze nettamente differenti dalla Shoah.
L'impegno a cui siamo chiamati nel celebrare il “Giorno della
Memoria” è quindi quello di rimuovere le condizioni che hanno
reso nuovamente possibili tali orrori. Gli strumenti sono: la difesa
della democrazia, la tutela dei diritti umani ed il ripudio
del razzismo.
Ma non solo, un frammento di Shoah è certamente dentro
ciascuno di noi, e noi ci libereremo di questo se riusciremo
a liberarci della diffidenza e dell’ostilità verso l’altro.
Per lottare contro la Shoah dobbiamo prendere coscienza
dei nostri pregiudizi ed opporvi contrasto; rifiutare l’assuefazione
all’orrore, rifiutarci di accettare come normale la
disumanità di tante storie del nostro presente, vicine e lontane.
E questo dobbiamo passarlo ai nostri giovani.
Il pregiudizio, con i suoi falsi assunti e le sue dissennate stereotipie, è pericolosamente contagioso: gli ebrei sono tutti
ricchi e tramano contro la stabilità della civiltà occidentale,
tutti gli omosessuali sono depravati, tutti gli zingari
sono ladri, tutti gli extracomunitari sono banditi e criminali.
Come se noi italiani non avessimo mai conosciuto
la necessità dell’emigrazione e la fatica dell’esilio.
La nostra società deve mantenere lucida la capacità di
distinguere fra il bene e il male, fra la difesa della
nostra cultura e delle sue specificità ed il rispetto dei
diritti delle minoranze, anch’esse parte della nostra
società; non ultima, la difesa del diritto alla vita, e la
difesa di chi, italiano o straniero, ha bisogno d’aiuto
per vivere, e vivere con dignità.”.
Pinerolo, gennaio 2008
IL SINDACO
Paolo Covato
Legge n° 211 del 20/7/2000
Art. 1
La Repubblica Italiana riconosce il giorno 27 gennaio,
data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno
della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah
(sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali,
la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli
italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia,
la morte, nonché coloro che, anche in campi
e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto
di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno
salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Di seguito un contributo sul tema a cura del Prof. Grado Giovanni Merlo
Storia e memoria sono due parole che rimandano a
un qualcosa che non c'è più. Eppure,
quel qualcosa, che comunque è passato, rimane
nella dimensione culturale del nostro esistere. Rimane,
deve rimanere, per moltissime ragioni vitali: a partire
da quelle elementari e basilari. Ricordare è il
primordiale elemento del sapere: per essere in grado
di conoscere e riconoscere le persone, gli oggetti
e, soprattutto, se stessi; se stessi inseriti tra
persone e cose, che dapprima sembrano avere soltanto
una dimensione sincronica, contemporanea - esistono
in un preciso momento e in un preciso contesto -,
ma presto acquistano spessore diacronico, ovvero
si comprende che persone e cose esistevano anche
in precedenza e in altri contesti. Perciò comunemente
si dice che le persone e le cose hanno una storia,
una loro storia.
In verità, le persone e le cose, prima che
una storia, hanno un passato, un loro passato. Unicamente
quando viene ricostruito, il passato diventa storia.
Potremmo allora dire, secondo un'acquisizione concettuale antica: il passato è ciò che è avvenuto (in latino res gestae); la storia è il risultato di una complessa operazione culturale, individuale e collettiva, che cerca di ricostruire razionalmente, e dunque di riproporlo nella contemporaneità, ciò che è avvenuto (in latino historia rerum gestarum).
Possiamo qui avanzare una conseguente distinzione,
assai importante, tra accertamento di uno o più fatti
del passato e interpretazione di uno o più fatti
del passato: ponendo mente che l'unica dimensione
di uno o più fatti è di essere avvenuti,
dunque di essere passato.
La memoria solitamente si muove oscillando non tra
accertamento e interpretazione, bensì tra
evocazione e riattualizzazione del passato: evocazione
(non accertamento) e riattualizzazione (non interpretazione),
si badi, perché chi muove e chi filtra l'operazione
mentale e culturale è comunque il soggetto,
nella sua totale libertà psicologica e morale,
e soltanto in un secondo tempo, benché non
sempre, si prospettano esigenze di oggettività,
quando la memoria generi ricordi che tendono ad assumere
dimensioni universali, a superare il "soggetto
produttore" per farsi a loro volta res, oggetti
mentali o concetti.
La memoria, in quanto forma di riproposizione evocativa
del passato, è sì prossima alla storia,
tuttavia da essa nettamente distinta. Memoria è ricordo:
ricordo anch'esso rielaborato, ma in modo molto diverso
rispetto ai metodi e alle tecniche di ricostruzione
del lavoro storico. La memoria rinvia a qualcosa
di accaduto che riemerge nel cervello e nella coscienza
del soggetto per i motivi più diversi. La
memoria è tutta legata al soggetto, singolo
o plurale: soggetto o soggetti che spesso non sono
riusciti o non hanno potuto elaborare una propria
storia.
La memoria contiene un altissimo grado di soggettività:
cosa che il lavoro storico dovrebbe invece ridurre
ai minimi termini, poiché suo compito è rendere
ragione scientificamente degli "oggetti" della
ricerca, anche se non deve nascondere la componente
soggettiva di colui (lo storico) che ha provveduto
a realizzare l'opera di storia.
Lo storico deve rendere ragione del risultato del
suo lavoro, disvelandone premesse, fonti, strumenti
e fasi: senza infingimenti e trucchi, senza intenzioni
scientemente ideologiche. Lo storico ha ancora un
limite invalicabile, anzi il limite, nel materiale
documentario su cui egli deve operare, secondo una
metodologia che a fonti e documenti deve essere consentanea.
La libertà dello storico sta nei vincoli qui
rapidamente richiamati, di cui deve essere pienamente
consapevole. La libertà dello storico sta
nel suo rigore di studioso e nella sua capacità di
provare, cioè di rendere verificabili, le
proprie affermazioni in merito sia agli accadimenti
ricostruiti sia alle interpretazioni avanzate.
Soprattutto lo storico, alla fine del suo lavoro
di ricostruzione del che cosa è accaduto e
del come è accaduto, davanti a fenomeni quali
la Shoah non può esimersi dal rispondere alla
domanda perché è potuto accadere?
Rispondere a siffatta domanda oggi è molto
più difficile di ieri, essendo venuti meno
i supporti di ogni filosofia della storia e di ogni
teologia della storia. Gli avvenimenti non sono più collocabili
in disegni predeterminati e finalistici. La Shoah,
così come le altre tragiche vicende umane
del XX secolo, ha fatto scoppiare, ha eliminato qualsiasi
residuale illusione sui "magnifici progressi
dell'umanità" e sulla "razionalità del
reale". La "Storia", con la "esse" maiuscola, è tramontata
forse in modo definitivo, per sempre. Resta la "storia",
con la "esse" minuscola, che non ha fondamenti
metafisici: la storia che esclusivamente in se stessa,
e non al di là di se stessa, trova le ragioni
del proprio essere.
Per riferirci in modo diretto al tema odierno, persino
il titolare della cattedra di Studi sull'Olocausto
dell'Università ebraica di Gerusalemme, Yehudi
Bauer, una decina di anni fa, ha respinto ogni interpretazione
teologica della distruzione degli Ebrei d'Europa,
riconducendola a tutta la sua concretezza di opera,
per quanto orrenda e mostruosa, di uomini: quasi
a ribadire che la domanda che oggi sconvolge e domani
sconvolgerà è ancor sempre perché è potuto
accadere?
Questa è la domanda che mette in crisi: come
mettono in crisi gli orrori prodotti, nel nostro
passato prossimo, da uomini dotati di mezzi distruttivi
tecnologicamente avanzati: in qualsiasi parte di "quest'atomo
opaco del Male" gli orrori siano stati perpetrati.
La domanda chiarisce come la storia sia un esercizio
duro, doloroso, scarnificante, che appartiene a tutti,
e come la storia, in quanto patrimonio comune, implichi
un elevato impegno civile e un equilibrio moralmente
maturo.
In piena sincerità, non invidio maestri e
professori quando a bambini e adolescenti devono
insegnare una materia chiamata storia, quando devono
mettere a nudo la violenza, la crudezza e la crudeltà degli
avvenimenti che sono successi e si sono succeduti
nelle relazioni tra gli individui negli ultimi cento
anni: gli individui nel loro essere entità politiche
organizzate alla sopravvivenza e alla sopraffazione,
interne ed esterne.
Se penso poi che da molteplici parti si sollecita
una sempre maggiore attenzione alla "storia
contemporanea", il mio senso di disorientamento
pedagogico e didattico si aggrava: tanto più che
quelle stesse molteplici parti spesso confondono
la ricostruzione storica con la pubblicistica e con
le tesi ideologiche, confondono la faticosa ricerca
di senso di accadimenti insensati con la strumentalizzazione
del passato ai loro interessi contingenti.
Ricerca di senso di accadimenti insensati non significa
giustificare l'ingiustificabile: significa cercare
di comprendere il comprensibile. Ma come capire l'ingiustificabile?
Mi limito ad alcuni dati. Le vittime di origine ebraica
fatte dai nazisti e dai loro alleati sono elencabili
(suddivise per nazione) secondo le seguenti minimali
stime (oramai largamente condivise):
Austria 58.000
Belgio 25.000
Cecoslovacchia 233.000
Francia 60.000
Germania 160.000
Grecia 57.000
Italia 8.500
Jugoslavia 55.000
Lussemburgo 3.000
Norvegia 700
Olanda 104.000
Polonia 2.350.000
Romania 200.000
Unione Sovietica 700.000
Ungheria 180.000
Questi numeri hanno la lontana, agghiacciante freddezza delle cifre. Ma dietro ogni singola unità c'è una donna o un uomo o un bambino o una bambina: milioni di donne, uomini, bambine e bambini tra il 1939 e il 1945 sono morti ammazzati per mezzo delle armi da fuoco, a causa degli stenti e della fame, nelle camere a gas. I dati quantitativi delle vittime della Shoah rinviano con evidente prevalenza al mondo slavo di cui, in generale, sappiamo poco o nulla: un mondo slavo che per i nazisti era un "sottomondo" popolato da "sottouomini" e che pure era percorso da un antico antisemitismo; quell'antisemitismo con cui si deve e si dovrà fare i conti anche in un paese come l'Italia certo più "tollerante" di tanti altri paesi cristiani e islamici.
Così l'antisemitismo come le più svariate
forme di razzismo fanno rabbrividire se considerate
sia in sé sia nei loro effetti reali e potenziali,
generatori di dolore, di lacrime. Mi fermo, perché le
parole non sanno dire le lacrime di ieri e di oggi:
le lacrime che cadono nell'infinita voragine del
dolore.
Sotto il regime nazista l'infinita voragine ha inghiottito
milioni di Ebrei, ma migliaia e migliaia di altre
vittime vi sono precipitate: prigionieri politici
(comunisti, militari socialdemocratici, Testimoni
di Geova, ecclesiastici, avversari politici, Zingari
e asociali di vario tipo, persino nazisti soggetti
a purghe) e malati giudicati incurabili (neonati
e bambini mongoloidi, trisomici, idrocefali, microcefali,
handicappati nei movimenti e malformati, adulti sofferenti
di senilità, di epilessia, di labilità e
malattie mentali).
Tutto questo è stato prodotto dal cervello
e dalla volontà di uomini: uomini di genere
maschile che avevano nomi come tanti (non denominazioni
sataniche); uomini che in un ufficio ministeriale
o periferico, in campagna, in città, nei lager
decisero della vita o della morte di altri individui,
da eliminare subito o da tenere come schiavi perché di
origine ebraica, perché "diversi",
perché comunisti, perché "inutili".
"Uomini comuni" erano coloro che in quanto "semplici
esecutori" divennero "assassini di professione":
se ne può vedere l'efficace ricostruzione di
un insieme organizzato, il Battaglione 101 dei riservisti
di polizia, nel volume di Christofer R. Browning pubblicato
nel 1995 dall'editore Einaudi col titolo Uomini comuni.
Polizia tedesca e "soluzione finale" in Polonia,
nella traduzione di Laura Salvai.
Uomini comuni dai nomi comuni, come tanti altri
nelle terre tedesche, erano anche coloro che vollero
al loro servizio degli "assassini di professione":
Erich von dem Bach, Richard Baer, Ernst Biberstein,
Paul Blobel, Walter Blume, Otto Bradfisch, Werner
Braune, Alois Brunner, Anton Burger, Irmfried Eberl,
Adolf Eichmann, Albert Forster, Karl Gebhardt, Karl
Genzken, Franz Hössler, Adolf Hitler, Erich
Koch…
Karl Oberg, Adolf Ott, Oswald Pohl, Hans Prützmann,
Karl Rahm, Albert Rapp, Sigmund Rascher, Martin Sandberger,
Erwin Schulz, Siegfried Seidl, Karl Sommer, Franz
Stangl, Julius Streicher, Leo Volk, Eduard Wagner,
Otto Winkelmann…
Sono nomi presi a caso tra coloro (molti, moltissimi)
che parteciparono, in posizioni di responsabilità altissima
e alta, alla macchina di distruzione costruita dal
regime nazista in circa un lustro dal 1939 al 1945.
Sono nomi presi a caso da un elenco che si trova
in una monumentale monografia, universalmente riconosciuta
come una ricostruzione storica di assoluto valore
scientifico: si tratta dell'opera di Raul Hilberg,
The Destruction of the European Jews, tradotta in
italiano presso l'editore Einaudi nel 1995, col titolo
La distruzione degli Ebrei d'Europa, sulla base della
seconda edizione del 1985.
I nomi sono stati presi a caso per saggiare che cosa
essi potessero suggerire a chi li sente (o li leggerà)
in questo 2003 e in un'occasione tutta particolare
come quella odierna. Spero che l'elenco, proprio
perché all'apparenza banale - con pertinenza
Hannah Arendt ha scritto della banalità del
male -, spinga a ripensare, a rimembrare, a non accettare
che la cosiddetta "soluzione finale" (con
ogni suo corollario) scompaia dalla memoria, contemporanea
e futura, dell'umanità.
Memoria qui è dunque ricordo operante: operante
nelle intelligenze e nelle coscienze degli individui.
D'altronde, questo è quanto voleva Primo Levi
nelle intensissime parole che precedono il testo
della ricostruzione della propria tragica esperienza
ad Auschwitz nel 1944-1945. Esse aprono, a modo di
epigrafe, il (fortunatamente) notissimo Se questo è un
uomo.
Le vorrei qui leggere:
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Corivandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Le poesie in generale, e questa in particolare,
hanno il grande pregio di trasmettere con poche parole
contenuti che altrimenti richiederebbero lunghissime
trattazioni. La poesia di Primo Levi vi aggiunge
il tono morale e profetico non di chi è credente
(ché Primo Levi credente non si dichiarava),
ma il tono morale e profetico di chi porta nella
sua carne i segni incancellabili di avvenimenti devastanti.
Nella propria carne portano i segni incancellabili
di avvenimenti devastanti tutti gli uomini che, in
qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, hanno lavorato
e lavorano nel fango, non hanno conosciuto e non
conoscono pace, hanno lottato e lottano per mezzo
pane, sono morti e muoiono per un sì o per
un no. Nella propria carne portano i segni incancellabili
di avvenimenti devastanti tutte le donne che, in
qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, sono state
e sono ridotte senza capelli e senza nome, non hanno
avuto e non hanno più forza per ricordare,
hanno avuto e hanno vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Non esistono lenimenti per il dolore cosmico che
attraversa e percorre la vita di ognuno, se è un
uomo, se è una donna, se ha memoria.
Ma questa è una dimensione davanti alla quale
il "mestiere dello storico" - il mio mestiere
- si ferma, perché non ha mezzi per proseguire.
Gustavo Vinay, un nostro straordinario conterraneo
(non so quanto noto nello stesso mondo valdese da
cui proveniva, ma con cui non aveva mantenuto relazioni
se non strettamente personali), studioso e docente
di Letteratura mediolatina, nel 1967 in un libro
autobiografico dal titolo Pretesti della memoria
per un maestro, scrisse:
"Questa storia che ha sempre un senso sui libri
e mai nella vita perché quando scriviamo i
libri i forni non scottano più, le pallottole
non ci fanno urlare e quando i forni e le pallottole
tornano urliamo come se nessuno avesse mai urlato
e il nostro fosse l'urlo della storia e la giustizia
della storia fosse far tacere il nostro urlo e guarire
le nostre ferite".
Dalle ferite dei campi di sterminio (e di tutto quanto
può loro essere assimilato, ieri e oggi: a
qualunque razza le vittime appartengano), dalle ferite
del passato, non si può guarire: tanto meno
una ricostruzione storica può far tacere l'urlo
o far urlare il silenzio delle vittime. La storia
non conosce la dimensione della giustizia: la nostra
storia all'occidentale è la registrazione
di vittorie e sconfitte, di vincitori e vinti, accoppiamenti
che valgono anche quando ci si voglia schierare dalla
parte dei vinti. La ricostruzione storica non rende
giustizia, poiché lo storico non è un
giudice e, poi, lo storico arriva sempre in ritardo:
al massimo aiuta a capire che cosa, come e perché è potuto
accadere.
Le devastanti, incomprensibili, ingiustificabili, dolorose vicende umane aprono all'infinito spazio della "filosofia della libertà" o, meglio, della "ontologia della libertà": quella libertà che per essere tale, per essere se stessa, non può non implicare la scelta, anzi la necessità della scelta tra "bene" e "male": la necessità di dover scegliere tra un "bene" e un "male" che non sono dati, ma sono essi stessi i contenuti della scelta. La scelta tra "bene" e "male" è una responsabilità e un rischio: è l'elemento costitutivo e distintivo dell'essere umano che è libero in quanto può e deve compiere quella scelta, che decide di mettere liberamente in giuoco la propria vita: la vita propria, non quella degli altri.
La libertà ha prezzi elevatissimi, ma è la
condizione per il riscatto e la redenzione di ogni
individuo. La libertà comporta anche il costo
greve della presenza e della parola dei cosiddetti "negazionisti".
Essi affermano che l'Olocausto non è mai avvenuto,
muovendo da vari e spesso contrapposti punti di vista,
come denotano le loro diverse categorie: negazionisti
nazisti, neonazisti/neofascisti, marxisti, tecnici,
geopolitici e religiosi. Chi vuole può leggere
in proposito il recente libro di Michael Sherner
e Alex Grobman, Denying History/Negare la storia,
tradotto in italiano nel 2002 presso gli Editori
riuniti; oppure collegarsi con il sito "www.olokaustos.org".
Non è qui il luogo di diffondersi su "ideologie" e "tesi" che
appartengono al regno della non libertà che
cerca di rendere schiava la libertà.
Per un'imprevedibile associazione di idee, il riferimento
ai "negazionisti" mi ha trasportato al
testo di una canzone di un artista russo, morto nel
1980 dopo anni tormentati dalla impossibilità di
essere, di essere se stesso in un regime sovietico
che non era certamente portatore di quella libertà che
Vladimir Vysotsky cantava. La canzone è del
1974 e si intitola La fucilazione dell'eco. La traduzione
italiana suona così:
Nel silenzio del valico, dove le rocce non fanno
da ostacolo ai venti,
negli anfratti dove nessuno è mai penetrato,
viveva, abitava una gioiosa eco dei monti.
Lei rispondeva alle grida, alle grida degli uomini.
Quando la solitudine vi resterà come un nodo
in gola,
e un gemito soffocato, quasi senza rumore, scivolerà nell'abisso,
prontamente l'eco afferrerà il grido d'aiuto,
lo amplificherà e lo trasporterà con
cura nelle sue mani.
Gonfi di veleni e di oppio, non dovevano essere uomini
coloro che giunsero per uccidere e per ammutolire
la gola viva,
poiché nessuno ne sentì il calpestio
e il grugnito,
coloro che legarono l'eco e sulla sua bocca misero
un bavaglio.
Per tutta la notte continuò la farsa sanguinosa
e crudele,
l'eco venne calpestata, ma nessuno sentì alcun
suono.
All'alba l'eco dei monti, ammutolita, venne fucilata,
e pietre sprizzarono come lacrime dalle rocce ferite.
Il canto del poeta russo ci costringe a non rinviare ad altri l'iniziativa della missione assassina della fucilazione dell'eco. Prima di tutto non dobbiamo far tacere l'eco che è in noi: quell'eco che ci ricorda il nostro non ricordare, il nostro imbavagliare ciò che ci richiama con misericordia a tenere aperti gli occhi, le orecchie e la mente sulla realtà del passato. Il passato, sotto mutate spoglie, forse è ancora e sempre la realtà del presente; quel presente che ci costringe alla continua, ineludibile e rischiosa scelta tra il "bene" e il "male".
Fintantoché ci sarà l'eco in noi - e perciò fuori di noi -, continuerà a perpetuarsi la memoria e a scriversi la storia. Fintantoché ci sarà l'eco in noi - e perciò fuori di noi - , non saremo soli.
Prof. Grado Giovanni Merlo